Qualche giorno fa mi trovavo all’università degli studi di Chieti, dove ho avuto la possibilità di svolgere una lezione interdisciplinare fra sociologia (almeno alcuni elementi di essa) e filosofia della tecnica, due discipline che non smettono mai di arricchirsi reciprocamente.
Preparare una lezione su questi temi, soffermandomi a riflettere un po’ più a fondo sui legami tra due discipline solo apparentemente distanti, rivolgendomi a studenti di un corso di sociologia, è stato molto stimolante e mi ha portato a ragionare su questioni di filosofia della tecnica nella prospettive della teoria delle azioni sociali.
Questo nuovo punto di vista mi ha portato a enfatizzare come effettivamente l’insieme delle nostre azioni sia il risultato di condizionamenti culturali, di scelte personali e – come insegnano le scienze sociali – della razionalità che le sottende, in una continua circolarità tra azioni e reazioni.
Macchine e automatismi non sono dotati di razionalità, ma comunque agiscono, e il loro agire influisce sul nostro. Accade dunque che la presenza pervasiva di apparati tecnici plasmi anche la nostra razionalità, in maniera direttamente proporzionale al loro grado di pervasività.
La correlazione tra pensiero e azione offre una buona chiave di lettura per spiegare il fenomeno tecnico e può aiutarci a capire perché oggi, nello sviluppo della nostra personalità, del nostro agire e rapportarci agli altri, sia tendenzialmente la razionalità tecnica a prevalere.
Gli effetti che le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni hanno avuto e stanno avendo in ambito individuale e collettivo (attraverso il web, i social network, le IA ecc.) sono stati particolarmente rilevanti anche perché la velocità dei cambiamenti ha superato la nostra capacità di adattamento.
Una delle cause principali, forse la più decisiva, è data dal fatto che generalmente le tecnologie al servizio della persona tendono a promuoverne soprattutto l’autonomia. Si tratta cioè di servizi che ci rendono indipendenti dagli altri, ma al contempo rischiano di chiuderci dentro un guscio fatto di autonomia e automatismi.
Una possibile via d’uscita è forse quella di ri-pensare lo sviluppo tecnologico mettendo al centro la persona e le sue relazioni con gli altri. Cioè pensare al progresso in funzione non solo del singolo individuo, ma anche dei suoi legami sociali e di un “noi” che nel suo nascere, evolversi, maturare, a anche distorcersi, è sempre generatore di nuove relazioni e nuove possibilità creative.