Durante i periodi di lockdown dovuti alla pandemia il mondo si è spostato ancora di più online per poi, negli ultimi mesi, tornare alle tendenze precedenti. Questa dinamica, unita alla crisi macroeconomica già in atto, ha generato un’ulteriore contrazione dei mercati digitali, ridimensionando la smisurata impennata di ricavi registrata dai giganti del web negli ultimi due anni.
Così, dopo avere assunto quasi 30mila dipendenti fra il 2020 e il 2022, portando il totale dell’organico a più di 87mila unità, il 9 novembre scorso Mark Zuckerberg ha annunciato il primo grande taglio nella storia di Meta (la holding alla quale fanno capo Facebook, WhatsApp e Instagram): 11mila posti di lavoro eliminati in tutto il mondo.
La notizia di questo riassetto fa eco a quella del licenziamento di circa il 50% dei 7500 dipendenti di Twitter attuato appena una settimana prima dal suo neo-proprietario Elon Musk: una mossa che ha innescato un effetto a catena con il ritiro di molti inserzionisti e una notevole confusione interna.
Malgrado a tutti gli ex-dipendenti siano state garantite ottime buonuscite, la notizia di questi tagli deve farci riflettere soprattutto per le possibili ripercussioni sulla gestione del grande potere mediatico in possesso alle multinazionali del web, del quale loro stesse dovrebbero farsi garanti.
In questo senso, le esortazioni rivolte a Elon Musk dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani [leggi qui] dovrebbero essere estese a tutti gli attori di quella grande rivoluzione che ha cambiato il modo di comunicare e di relazionarsi di miliardi di individui.
A. Galluzzi, I licenziamenti di Meta e Twitter e i rischi annessi, in: Città Nuova, LXVII, n.12, 2022